Quel giorno, Emmanuele si svegliò per primo e dopo essersi preparato una tazza di caffè, si appoggiò allo stipite della stanza degli ospiti ad osservare Gioia che dormiva ancora, con il suo viso angelico appoggiato al cuscino.

Quello da Emmanuele non era uno sguardo da maschio conquistatore, ma, uno sguardo dolce di chi dopo tanta sofferenza fosse arrivato a un porto sicuro.

Voleva raccontare tutto a Gioia, di Maddalena, della sua malattia, della sofferenza, ma, ancora non si sentiva pronto, non aveva il coraggio di squarciare quell’armonia, quel filo conduttore che in pochissimo tempo lo aveva legato a questa creatura quasi sconosciuta eppure così vicina al suo essere.

Gioia sbadigliò e tossì, lui, a quel punto, si destò, all’improvviso, dal suo torpore e disse “ben svegliata dormigliona, in cosa posso servirla?”, lei alzò gli occhi, pronta a rispondere in maniera ironica, ma, guardando il corpo di Emmanuele fasciato solo dai boxer, diventò rossa e non riuscì più a proseguire. Lui seguì la direzione degli occhi di Gioia, si sentì in colpa, ma, per lui era naturale andare in giro con i soli boxer la mattina, giacché era da tempo che non aveva nessuno per casa.

Si avvicinò affettuosamente al letto per accarezzarle il viso, in maniera leggera,ma, lei tutta rossa ad una velocità quasi comica, che se non era per la tenerezza che provava, Emmanuele avrebbe riso a crepapelle, Gioia scavalcò il letto scendendo dall’altro lato e farfugliando qualcosa di incomprensibile, andò a chiudersi in bagno. Lui la guardò in modo attonito e poi sorrise divertito e forse, anche compiaciuto, in fondo era pur sempre un uomo.

Emmanuele, però, ci teneva a far capire a Gioia che il suo gesto era stato involontario e che dietro non ci fosse nessuna malizia.

Andò in cucina e aspettò pazientemente che Gioia uscisse dal bagno. Dopo un tempo infinito, Gioia arrivò con indosso la camicia rossa di Emmanuele che le arrivava a metà coscia e la rendeva molto provocante.

Lei mordendosi il labbro inferiore e con lo sguardo basso, disse con voce fievole “Scusa, ma, nel cassetto del mobile della mia camera ho trovato delle camicie e allora,- proseguì con voce imbarazzata – insomma, volevo dire, ecco che non trovavo i miei vestiti, quindi io…”, lui si avvicinò e con due dita le alzò il viso e le disse “calmati Gioia, tranquilla, va tutto bene davvero, scusa per prima, io sono abituato a girare in quel modo per casa, non voleva essere una mancanza di rispetto verso di te”.

Lei lo guardò sempre rossa in viso e disse “ecco....io... – visibilmente imbarazzata continuò - tu ...si ...insomma pensi che io sia una stupida e... ti sarai sbellicato dalle risate mentre in bagno io… si ...insomma”, lui la guardò dolcemente e aggiunse “beh ecco, veramente dopo la tua fuga rocambolesca dal letto, la tentazione c’era, ma la tua infinita tenerezza non me l ha concesso” e gli diede un tenero bacio sulla guancia "ecco io in bagno pensavo che forse ho approfittato fin troppo della tua ospitalità, forse e meglio che ritorni alla locanda”, lui diventò ancora più serio e disse “no Gioia , resta davvero, non ci sono secondi fini nelle mie parole e credimi non voglio altro al momento da te se non la tua amicizia, e non succederà mai nulla tra noi che tu non vorrai, Gioia resta ti prego impareremo a convivere da buoni amici. Accetta la mia offerta”.

Lei onestamente non sapeva cosa dire, quella mattina si era sentita davvero in imbarazzo, ma, forse se doveva essere sincera non era lui ad avere pensieri maliziosi, ma piuttosto lei, che non capiva cosa gli stesse succedendo. Lui le scostò la sedia, la fece accomodare, le mise davanti la colazione e le disse sorridendo “allora principessa, hai deciso?”, lei rispose timidamente “Ecco io oggi devo andare al negozio ho lasciato Mirko da solo ad allestire tutto, magari ne parliamo dopo”.

Emmanuele, capì che lei aveva bisogno di tempo e, perciò acconsentì. Dopo che lei uscì di casa, Emmanuele si mise a riflettere e si immedesimò nei panni di Gioia.

Si vide, a quel punto, agli occhi di Gioia, come un uomo che voleva provarci con lei a tutti i costi.

Lui dall’alto dei suoi ventinove anni, sette in più di lei, Gioia gli sembrava una ragazzina innocente. Pensò che era stato uno stupido e che se Gioia se ne voleva andare era tutta colpa sua.

Al negozio erano arrivati i primi mobili e in mattinata erano anche andati i tecnici per allacciare la linea telefonica. Gioia, dopo la giornata pesante, era arrivata distrutta a casa di Emmanuele, verso le diciannove e trenta, si sentiva sfinita, veramente non si sentiva proprio di ritornarsene alla locanda quella sera, aveva, anche, una fame da lupi, poiché, a mezzogiorno aveva preso solo un panino.

Suonò alla porta timidamente e lui gli aprì subito, aveva addosso un paio di jeans e una camicia sportiva, era bello come un modello. Dopo averle aperto, Emmanuele le disse sorridente “ben tornata nella mia umile dimora mia dolce principessa, il suo umile cavaliere ha sfidato mille pericoli al mercato rionale per prepararle un’ottima cena”.

Lei gli sorrise sentendosi subito di nuovo a suo agio, anzi le uscì naturale dire dalla bocca “scemo”, e lui in quell’attimo capì che il suo piano di farla sentire al sicuro, di farla sentire a casa era riuscito, infatti, Gioia allontanò proprio dalla mente l’idea della locanda.

Mentre mangiavano, lui la osservava contento, guardandola mangiare con tanta fame. Dopo cena, Emmanuele le propose di vedere i due film che aveva preso in videoteca apposta per lei e Gioia acconsentì. Q

uasi al finir del primo film, lei mezza addormentata poggiò il viso sulla spalla di Emmanuele e dopo un quarto d ora si addormentò.

Lui la guardò a lungo e restò stupito dell’immenso sentimento di protezione che gli si era scatenato dentro come un nodo allo stomaco che intimava al suo animo di proteggerla anche da se stesso.

Turbato la prese in braccio, la portò sul letto e la coprì con una coperta, ma non rimase lì come la notte che era stata male, si sentiva diverso e da uomo adulto qual era pensò che era meglio ritirarsi nella sua stanza.

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