Gioia si svegliò contenta, anche se non sapeva neanche lei il perché.

Guardò la sveglia e vide che erano le sei meno un quarto.

Decise di andare a vedere in cucina, se ci fossero gli ingredienti per preparare un ciambellone.

Sperava che la torta, potesse tirare su il morale di Emmanuele.

Emmanuele appena sveglio, percepì, infatti, un ottimo profumino, pensò subito che si trattasse di un’opera della sua fatina.

Si mise i pantaloni del pigiama e scalzo, si affacciò alla porta della cucina e vide Gioia, che sembrava una bambolina, intenta a imbandire la tavola con una tovaglia che Emmanuele, non sapeva nemmeno di possedere.

C’era anche una brocca colorata e dei piccoli vassoi, ad essa abbinati, che non usava da tempo.

Gioia si sentì osservata, si girò, vide Emmanuele e le regalò un bellissimo sorriso, che illuminò il risveglio di quest’ultimo. Emmanuele disse “Buongiorno mia cara fatina”, lei lo guardò con un sopracciglio alzato e disse “tua fatina? Ma che dici? Buongiorno comunque”, lui prontamente rispose “fatina dei dolci intendo”.

Emmanuele, andò a farsi la doccia e si vesti casual ma, con cura dicendosi davanti allo specchio, che una bella colazione meritava trattata con cura.

Fecero colazione allegramente. Verso la fine del pasto, lui si avvicinò ringraziandola, poiché era da un’eternità che non mangiava una fetta di torta fatta in casa. La baciò teneramente sulla guancia e si accorse che lei era a suo agio rispetto al solito e che arrossiva di meno.

Uscirono da casa insieme, erano molto felici, si salutarono e andarono ognuno a lavorare.

Lui arrivò a lavoro canticchiando mentre lei, prima di arrivare a destinazione, si fermò a comprare in un negozio di elettrodomestici, un fornellino elettrico e una caffettiera.

Passo poi, a comprare una buonissima miscela di caffè arabico. Si sentì sola tutta la mattinata e ciondolò per il negozio da un angolo all’altro, senza concludere nulla.

Aspettò con ansia che si facessero le quattordici, per pranzare con Emmanuele, aveva comprato per entrambi, dei panini con pancetta, scamorza e olive, oltre ad aver portato da casa, un po’ di ciambellone e della buonissima macedonia.

Appena vide entrare Emmanuele, Gioia gli corse incontro e lo abbracciò saltandogli al collo.

Lui la guardò strabiliato, ma, contentissimo, infatti, l’abbracciò a sua volta e le fece fare una piroetta.

Seduti con gli sgabelli al bancone, che era stato il primo mobile a essere consegnato, mangiarono i panini che erano squisiti, la macedonia, il ciambellone e si presero il caffè; avevano praticamente fatto un pranzo completo.

Lavorarono ininterrottamente fino alle diciotto e trenta, quando Gioia si afferrò al braccio di Emmanuele, poiché ebbe un capogiro.

Lui subito, si premurò di prenderla in braccio e di farla distendere sul bellissimo divano in stile settecentesco, che aveva posizionato quel pomeriggio, le preparò una tazza di caffè e gliela diede inginocchiandosi vicino a lei e così restò per un po’.

Quando Gioia si riprese, chiusure tutto e andarono a casa.

Emmanuele si prese cura di lei per tutta la serata e dopo aver cenato con le bistecche da lui preparate, la accompagno a letto e rimase con lei finché Gioia, non prese sonno.

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