Gioia ed Emmanuele avevano trascorso, entrambi, una notte insonne. Lui passò la notte pensando cosa sarebbe meglio fare con Gioia e, lei si tormentò, chiedendosi il perché di quel bacio.

Fecero colazione insieme, ma, lui la ignorò per tutto il tempo. Gioia capi, che quella mattina se ci fosse stata lei o un alieno per Emmanuele non avrebbe fatto nessuna differenza. La salutò, infatti, molto distrattamente quando lei andò a lavoro.

Quel giorno al negozio passò Marika e, discussero a lungo del lavoro propostole da Gioia che lei accettò senza riserva.

Sistemarono poi, un angolo ristoro, arredato con un tavolino, la macchina del caffè, un piccolo forno elettrico e un mobiletto per le vivande, il tutto era recintato da alcuni separé.

Questa sistemazione era provvisoria, poiché, Gioia voleva, in seguito, creare una vera stanza chiusa, dedicata a ciò, con un piccolo frigo, simile a quello rosso, che aveva visto giorni prima. Pensò poi, che fosse necessario comprare anche, un bricco da latte, utile in inverno per preparare una bella cioccolata calda.

Verso le sedici e trenta, Marika se n’è andò, visto che doveva rientrare a Limoncione. Gioia, una volta rimasta sola, si mise a ripensare a tutto l’accaduto, e di colpo gli venne un’idea, utile a capire a quale gioco giocasse il bel fisioterapista.

Alle diciassette e trenta chiuse tutto, passò da Roberto per prenotare degli antipasti di mare, dei contorni e dei secondi di pesce e lo raccomandò che fossero pronti per le venti.

Passò poi, dalla parrucchiera, per chiedere se gli potesse dare una sistemata e, visto che doveva ripassare dopo mezz’ora, ne approfitto per andare a comprare della frutta.

Un’ora e un quarto dopo, uscì dal salone di Nancy, trasformata e più sicura.

Andò da Roberto per ritirare quanto ordinato e uscendo si specchiò in una porta a vetri, vide una Gioia diversa, forse più consapevole di essere donna.

Arrivò a casa per prima, apparecchiò e andò a prepararsi.

Si fece la doccia e rovistò tra le cose, che aveva ritirato dalla locanda, quando aveva disdetto la camera, finché non trovò ciò che desiderava, cioè un abitino rosso e nero e un paio di scarpe rosse con il tacco, si truccò e nonostante aveva sbirciato Emmanuele sul divano nel salotto, si recò in cucina senza farsi sentire, riscaldò tutto nel forno e lo porto in tavola.

Poi, salutò Emmanuele e lo invitò ad accomandarsi in cucina per consumare la cena. Lui rispose distrattamente al suo saluto, dicendole che non aveva neanche notato che la tavola era già apparecchiata, infatti, pensava che lei era ancora a lavoro.

Si accomodarono e si misero a gustare gli ottimi antipasti.

Dialogarono fintamente rilassati, fino a quando lei non sì alzò per portare in tavola il secondo e a lui, il vino andò di traverso guardando l’abito di Gioia.

Il suo sguardo si fece sempre più insistente, quella sera Gioia, non sembrava la solita ventiduenne, ma, una donna più matura e questo lo metteva un po’ in subbuglio e a disagio.

Finirono di cenare in un’aria trepida di emozioni e alla fine, lui si ritirò per primo con la scusa che doveva ancora fare la doccia e lasciando Gioia con la convinzione che per lui, lei fosse invisibile e che la sera precedente si era solo trattato di una messa in scena in favore del ragazzo insistente e maleducato.

Rassettò la cucina e andò a coricarsi sconsolata.

Pensò che in fondo neanche a scuola la notavano, era, infatti, sempre stata un po’ Cenerentola.

Era stata una stupida a pensare che un uomo di mondo come Emmanuele potesse notare lei, infatti, chissà che donne affascinanti gli ruotavano intorno.

Pensò poi, che era meglio se si fosse messa l'animo in pace, evitando così figuracce e delusioni, in quanto, si fece convinta che lei per Emmanuele, non era nient’altro che un caso clinico di cui avere cura, forse sarebbe dovuta andarsene da quella casa, ma, non era ancora pronta a lasciare quel senso di sicurezza capitatole in quel brutto periodo, dove dopo tanto tempo era ritornata a sentirsi fragile. Aveva, in fondo, perso l’ultimo pilastro della sua vita, sua zia. 

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