Gioia si svegliò contenta e sentì una musica in sottofondo, che la fece sorridere, poiché, si trattava di una delle canzoni di cui avevano parlato qualche tempo prima con Emmanuele.

Fece la doccia, si vestì e si truccò con cura prima di presentarsi in cucina, dove fu investita da un intenso profumo di cornetti.

Notò, infatti, che erano disposti sul tavolo in un vassoio, insieme a una caffettiera, a un bricco di latte e una caraffa di spremuta di arancia.

Tutte quelle delizie, le fecero venire un prorompente languore ma, era nulla in confronto della capriola allo stomaco che ebbe, quando entrò Emmanuele a torso nudo.

Per fortuna, prima di sedersi al tavolo, indossò una t-shirt.

Mangiarono, esponendo ognuno gli impegni della giornata, ed Emmanuele ricordò a Gioia che l’indomani sarebbero andati per le analisi, dato che quella mattina si era alzata tardi.

Si recarono ognuno a lavoro, ciascuno persi nei loro pensieri. Ad aspettare Gioia, c’era la ditta del catering, infatti, il signor Ernesto era andato a mostrarle il menù completo e varie foto per facilitare a lei la scelta della tovaglia, dei bicchieri e dei piatti per il party.

Si apprestò, ad aprire il negozio, per farlo accomodare e si chiese, dove fosse finita Giusy.

Per scegliere il tutto ci vollero due ore circa. Giunse Giusy stanca e di corsa, raccontando confusamente e in modo veloce, che non si capiva nulla, cosa le fosse successo.

Dopo averla fatta sedere e datole un bicchiere d’acqua, apprese, che era uscita di casa in ritardo e che scendendo dall’autobus, aveva sbagliato fermata poiché vicino aveva un anziana signora che parlava a ruota libera della nipotina e scendendo velocemente alla prossima fermata, si ruppe il tacco della scarpa destra e cadde a ridosso di un tizio che stava per salire e, che la salvò dal cadere rovinosamente a terra. Lo stesso, infine, che per fortuna, abitava lì vicino, gentilmente le aveva dato in prestito un paio di scarponcini della sorella che ogni tanto stava da lui.

Con i racconti di Giusy e le dettagliate descrizioni sul fatidico ragazzo, si fece mezzogiorno e mangiarono velocemente due pizzette, e, una mela ciascuno. Giusy, in seguito, preparò il caffè.

Gioia era molto in ansia, poiché si avvicinava la data dell’inaugurazione e lei era in alto mare.

Verso le sedici e trenta, il ragazzo della tipografia, le consegnò gli inviti e lei iniziò a compilarli seguendo la lista che aveva in precedenza, creato, ne scrisse uno anche per il signor Gigi, che invece di spedirlo pensò però di andarglielo a portare di persona, così avrebbe anche mantenuto la promessa di andarlo a trovare.

Verso le diciotto, fece ingresso una timida ragazza mora, molto delicata che le fece timidamente una proposta insolita.

Dopo aver raccontato a Gioia e a Giusy che l’anno prossimo si sarebbe dovuta sposare e aver lodato i loro abiti, chiese se avesse potuto lavorare lì in maniera gratuita, per riscattare uno di quegli abiti per il suo matrimonio, anticipando che aveva già una parte di denaro.

Raccontò poi, che non voleva pesare sull’anziana nonna, né tantomeno dare adito alla suocera un po’ arpia e megera, che già non vedeva di buon occhio il suo fidanzamento con il suo prezioso figlio.

Gioia, rimase un po’ sbalordita ma, con il buon cuore che da sempre la contraddistingueva, accettò.

Fattosi, oramai, orario di chiusura, si salutarono, con l’accordo che la ragazza, che aveva appreso si chiamava Sophia, di vedersi lì in negozio l’indomani.

Viste tutte le peripezie del mattino concordò con Giusy di accompagnarla a casa lei, così saliti in auto, si misero in viaggio dialogando del più e del meno.

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