Era sabato mattina ed Emmanuele non era riuscito a riposare, agitato com’era per la storia del week-end da Carol. Gioia, dal canto suo, era già alzata da un po’ e, aveva già preparato il beauty-case e una piccola valigia con all’interno due paia di pantaloni, due golfini, due abiti corti, due lunghi, una tuta sportiva e 4 paia di scarpe, oltre logicamente alla biancheria intima.

Aspettava però, che si alzasse Emmanuele, per chiedergli consiglio se gli abiti andassero bene, visto che lei, non si era mai trovata in una situazione simile, mentre lui per qualche motivo a lei oscuro, sembrava avesse una certa dimestichezza.

Nel frattempo, Gioia andò in cucina e preparò una ricca macedonia, il caffè, riscaldò del latte, prese i biscotti dalla credenza, sistemò tutto sul tavolo e si mise ad attendere Emmanuele.

Passarono ben venti minuti e di Emmanuele non c’era neanche l’ombra. Gioia iniziò a chiedersi come mai non si fosse ancora alzato, giacché in genere era molto mattiniero.

Pensò di aspettare un altro po’ e poi, se non si fosse ancora alzato, di andare a vedere se andasse tutto bene, rifletté che in fondo non ci fosse nulla di male, visto che lui lo faceva sempre con lei. Mentre Gioia aspettava, il suo cervello incominciò a sognare, vedendo lei come damigella d’altri tempi ed Emmanuele come proprietario del maniero. Gioia sentì, un rumore provenire dalla finestra aperta e si destò dai suoi pensieri.

Si alzò e si avviò, verso la camera di Emmanuele, dopo aver bussato, aprì lentamente la porta e vedendolo ancora coricato e con il letto che sembrava avesse subito una battaglia, si preoccupò e avvicinandosi gli chiese se stesse male.

Lui prima di rispondere, la fissò a lungo, poiché, era molto tentato di farsi passare per malato, pur di non dover andare da Carol, ma, non essendo mai stato un vigliacco e perché non voleva deluderla, la tranquillizzò, dicendo che non era nulla e che si sarebbe alzato subito.

Dopo circa quarantacinque minuti, erano in viaggio con il borsone di Emmanuele e la valigia di Gioia nel bagagliaio.

Lui durante il viaggio, era pensieroso e taciturno e Gioia, invece, così eccitata ed energia, che esprimeva meraviglia a ogni cosa che incontravano.

Quando giunsero alla villa lo stupore Gioia era tangibile sul suo viso.

Una volta varcato il cancello, Gioia si era davvero ritrovata nel suo fantasticare di quella mattina, era stata, infatti, catapultata in un panorama di qualche secolo prima, un panorama bellissimo di cui lei era sempre stata affascinata.

Nel cortile c’erano personaggi vestiti da giocolieri, dame in stupendi abiti, lunghi tavoli che fungevano da banchetti, cavalieri in stupendi vestiti e sulla scalinata esterna della villa, c’era Carol in un abito da sogno, che sembrava una Regina.

Gioia si girava intorno, a guardare con meraviglia tutto ciò, che sembrava quasi bimba proiettata in una fiaba.

La voce di Carol la distolse da suoi sogni “Cara benvenuta, sono felicissima che avete accettato il mio invito. Vieni, andiamo di sopra, ho l’abito giusto per te”. Solo allora Gioia realizzò, che era l’unica persona oltre a Emmanuele, logicamente, a essere vestita in chiave attuale e arrossendo leggermente rispose “io le chiedo scusa, non sapevo bisognasse vestirsi in un certo modo, non avevo capito”.

Carol la guardò sorridendo e disse “ti chiedo scusa io cara, non ti avevo spiegato come bisognasse vestirsi, poiché pensavo l’avrebbe fatto Emmanuele, ma tranquilla, dai non importa”, Gioia la guardò e si chiese dentro di sé cosa ne potesse sapere Emmanuele.

Saliti al piano superiore, Gioia restò affascinata della bellezza delle scale, dei maestosi tappeti che sembravano infiniti e delle tende meravigliose dorate con delle mantovane bellissime.

Erano presenti anche, degli armadi altissimi bianchi e agghindati d’oro, due divanetti dello stesso genere, un quadro con una cornice dorata che troneggiava su una parete.

A Gioia le sembrava di essere stata scaraventata in un mondo incantato, quando poi, Carol le diede l’abito da indossare, rimase a bocca aperta.

Era un maestoso abito turchese chiaro con uno stretto corpetto e la gonna ampia ricca di sottovesti, affinché stesse rigida, le maniche fino al gomito erano della stessa stoffa, poi si aprivano in un ventaglio di tulle, il corpino con una scollatura sul davanti era arricchito da una spirale di gemme, come anche, i laterali della gonna. Gioia non aveva mai visto un simile abito.

Dopo averlo indossato e alzato i capelli in un’acconciatura morbida con dei bei boccoli, Gioia si guardò allo specchio senza riconoscersi e stette lì a rimirarsi, finché, non sentì bussare alla porta.

Era Emmanuele, con un bellissimo ed elegantissimo abito. Appena vide Gioia, si incantò a guardarla, la trovava così bella e incantevole, come non mai. Scesero insieme giù, dove lui le presentò diverse persone che sembrava lo conoscessero e lo apprezzassero molto.

Gioia passò la mattinata sorridendo e chiacchierando con una miriade di volti nuovi e nomi eleganti, che sembravano, venissero davvero dal passato.

Per pranzo, banchettarono in una sontuosa sala da pranzo, con un menù ricco di prelibatezze, di cui lei non conosceva, né il gusto, né il nome.

Parlando con una simpatica commensale,Gioia scoprì, che la maggior parte delle ricette, provenivano da un antico libro di famiglia risalente alla fine del settecento, scritto, appunto, da un antenato di Carol.

Scoprì inoltre, che questo evento, veniva ripetuto ogni anno, da più di cinquant’anni ed era ispirato a un festeggiamento risalente all’ottocento tipico della stirpe di Carol. Era tutto ben organizzato e, Gioia pensò che Carol fosse un’ottima padrona di casa, oltre che una bellissima donna.

Dopo pranzo ognuno si ritirò in una camera a fare un riposino pomeridiano e, solo allora, Gioia prese coscienza del fatto che a lei e a Emmanuele, avessero assegnato la stessa camera, anche se più che una camera, era una piccola suite munita oltre che, naturalmente, della camera da letto, di un salotto con un pianoforte e un mobile bar, di un vetrinetta e di due bagni.

Gioia si sentiva un po’ a disagio, pensando di dover convivere così a stretto contatto con il suo bel fisioterapista, ma poi si diede della stupida, pensando che in fondo, non era poi così diverso dal solito, visto che, abitavano nella stessa casa.

Decisero entrambi di indossare una tuta, per stare entrambi più comodi, poiché gli abiti d’epoca, in tema con il week-end, erano senz’altro stupendi, ma d certo non si poteva dire fossero il massimo del comfort.

A testimonianza di ciò, Gioia al momento di togliersi l’abito, ne rimase ingarbugliata dentro, al punto che fu costretta, con voce soffocata a chiedere aiuto a Emmanuele.

Costui cercò di districarsi con il corpetto, fino a cadere ambedue sul letto in uno scoppio di risate, sino a quando, Gioia si rese conto di essere addosso a lui, non completamente vestita e nello stesso istante, Emmanuele fece la stessa considerazione e smise, infatti, all’istante di ridere, divenne di colpo serio e si allontanò dalla camera.

Lei invece di seguirlo in salotto, decise di fare un lungo bagno rilassante, nella bella vasca da bagno antica, che riempì di profumati sali e oli essenziali, che erano stati messi a disposizione degli ospiti.

Dopo aver finito di fare il bagno e di aver indossato la tuta, Gioia raggiunse Emmanuele in salotto.

Lo trovò alle prese con una specie di mappa scritta su una pergamena e Gioia incuriosita, si sedette accanto a lui, per cercare di capire cosa fosse e si ricordò così, che quella sera, avrebbero dovuto fare una caccia al tesoro.

Si sentì così di nuovo emozionata e piena di un’energia particolare, anche se un po’ timorosa, poiché non sapeva neanche da dove iniziare.

Emmanuele su richiesta di Gioia, le spiegò che più tardi, tutti si sarebbero riuniti in giardino, dove il responsabile scelto, o la padrona di casa, avrebbero formato le squadre e consegnato ad ognuna di esse, un elenco con gli oggetti da cercare, sulla mappa c’era indicato il luogo solo per il primo oggetto da cercare e lì avrebbero trovato gli indizi per le tappe successive, che li avrebbero condotti al tesoro finale.

Gli spiegò poi, che ai vincitori spettava un premio e una sorpresa, ai perdenti, invece, un pegno da pagare.

Più tardi Gioia, si ritrovò da sola con Emmanuele, alla ricerca del primo oggetto, in un’aria piena d suspense. Era tutto così avvincente che Gioia quasi neanche sentiva quell’arietta pungente tipica delle sere autunnali, presero sentieri un po’ tortuosi e scavalcarono tronchi.

A un certo punto, stavano per cadere con delle pigne di cui era cosparso il sentiero e il verso acuto di un gufo fese strillare Gioia.

Emmanuele era instancabile e se la trascinava dietro come se invece di una caccia al tesoro, stesse adempiendo a chissà quale missione, ma tale dedizioni lì portò a giungere per primi al luogo indicato sulla mappa e dove dopo circa dieci minuti, dentro uno scrigno coperto di foglie, trovò un orologio da taschino e un biglietto ambiguo, scritto su una piccola pergamena.

Appena presi in mano questi oggetti, arrivarono altri tre gruppi ma, Emmanuele sornione glieli mostrò e prendendo, per mano Gioia, si mise a correre. Si fermarono molto più avanti, vicino a un’altalena e girandosi verso la luce della luna, lessero di nuovo il bigliettino che citava “caro esploratore se qua sei giunto, cercar mi vuoi, guarda l’orologio e chissà, forse con il tempo mi troverai”.

Lei non aveva capito nulla, mentre lui si soffermò un momento, riprese l’ orologio e fissandolo a lungo sorrise e baciandola sulla guancia se la trascinò di nuovo dietro. Passarono mille ostacoli, ridendo e correndo e Gioia, in quella corsa frenetica, conobbe un nuovo Emmanuele, così avventuroso, così misterioso, e con un eccezionale fiuto.

A un certo punto dopo aver perso il conto degli indizi raccolti e degli oggetti messi nello zaino, arrivarono in una piccola raduna, dove spiccava un bellissimo patio rotondo con delle bellissime rose intorno, con una lanterna accesa e due panchine di legno.

Era una visione spettacolare, specialmente con la luna che filtrava tra le piane e l’arcata della struttura, creando qualcosa di magico.

Anche Emmanuele allentò la sua frenetica corsa, la portò all’interno e la baciò. In tutto ciò, Gioia lo guardava con occhi incantati, persa ormai, in una favola, con le farfalle che facevano da ascensore tra lo stomaco e la gola.

Sentirono in lontananza, un rumore di foglie calpestate e così, si staccarono l’ uno dall’altra. Emmanuele toccò qualcosa e si spostò un mattone al centro dell’arcata e da qui spuntò, un bellissimo ferma capelli in bronzo, raffigurante una farfalla insieme al solito bigliettino.

Messo tutto apposto, la trascinò dietro di sé e solo dopo un bel po’ di cammino, una volta fermatesi a sedere su di un tronco e con l’aiuto di una torcia, lessero il biglietto che citava “fermerò i tuoi pensieri e poi li farò cavalcare, vienimi a trovare”.

Lui felice come un bambino, disse “vieni, seguimi, so dove andare”. Lei continuò a seguirlo, come tutta la serata d’altronde, continuando a chiedersi come mai fosse così abile.

Dopo mezz’ora Gioia era felice e sognante per il bacio di prima, ma stanca, esausta e dolorante, quando finalmente arrivarono in uno spiazzale dove c’era un bellissimo laghetto, nelle cui acque la luna creava uno scenario di luci pazzesco, una piccolissima abitazione di legno e un maestoso antico cavallo di legno, di cui Emmanuele abbassandosi tirò fuori dalla pancia uno stupendo carillon che rappresentava in miniatura un’antica giostra con dei cavalli sontuosi e dorati.

Trovarono anche, una lettera che li dichiarava vincitori.

Nella busta della lettera, c’era un’antica chiave a chiavistello dorata, Emmanuele la guardò con occhi scintillanti e, prese per mano Gioia, aprì il piccolo cottage e infinito fu lo stupore di Gioia nel vedere una tavola apparecchiata, su cui tra l'altro troneggiava un cestello con una bottiglia di vino. C’era anche il camino acceso e davanti ad esso un meraviglioso e gigantesco tappeto tempestato di cuscini.

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