Gioia si svegliò in un silenzio armonioso, disturbato soltanto da un dolce cinguettio di uccelli.

Per un momento si guardò smarrita intorno, poi ricordò tutto, la merenda, il prato, la cena e infine si rattristò ricordando la telefonata di Emmanuele.

Si vestì e scese in cucina, dove trovò il tavolo apparecchiato con sopra un enorme ciambellone e una torta alle mele, delle spremute e della frutta fresca e subito, nonostante i pensieri di prima, le ritornò l’appetito.

Mentre si tagliava una fetta di torta di mele, entrò Gigi con un cestino di frutta e ortaggi, che aveva raccolto nel suo orticello.

Parlarono per un po’, poi Gioia lo salutò, giacché era già tardi e doveva rientrare in città. Purtroppo erano le dieci ed era intrappolata nel traffico.

Gioia sperava soltanto, che le ragazze avessero aperto il negozio.

Finalmente dopo mezz’ora, arrivò in città e pensò, comunque, di passare da casa a farsi una doccia e cambiarsi, poiché sulla maglia aveva qualche filamento di erba e fiori del prato.

Entrò canticchiando un motivetto che gli era rimasto in testa, poiché l’aveva sentito tante volte durante il tragitto alla radio della sua auto.

Gioia sobbalzò, quando sentì un grugnito, si girò e vide Emmanuele sul divano con un aspetto disastroso, la barba incolta, i capelli all’aria e sul tappeto, buste vuote di patatine , un cartone di pizza e 4 bottiglie di birra vuote.

Si avvicinò preoccupata chiamandolo dolcemente, finché lui aperti a malapena gli occhi se la tirò addosso e iniziò a baciarla, passandole le mani trai capelli.

Gioia, dapprima, rimase attonita, poi si lasciò andare, in fondo era quello che voleva da sempre ed era inutile negarlo a sé stessa.

A un tratto però, fece rinsavire Emmanuele lo squillo del telefono, che subito la scostò e si sedette con le mani trai capelli, intimandole di andarsene e di lasciarlo da solo.

Lei subito si alzò confusa e si catapultò sotto la doccia, rossa in viso e piena di vergogna, per essersi lasciata andare, visto anche come poi si era comportato lui.

Stette a lungo sotto la doccia, poi finalmente, uscì e andò in camera a vestirsi, aprì l’armadio ma si sedette con tutto l’accappatoio sul letto a riflettere.

Mentre stava finendo di vestirsi, udì un leggero bussare alla porta; fini di infilarsi la maglietta e andò ad aprire. Sulla porta c’era Emmanuele in jeans e camicia di jeans, pettinato e sbarbato,con un aspetto decisivamente migliore, che si scusò per prima e si giustificò dicendo di aver avuto una nottataccia.

A Gioia nonostante tutto ciò, gli fece tenerezza, e lui le tolse con fare interrogativo un filo d’erba dai capelli, che non aveva fatto in tempo a lavare, allora lei rassicurandolo, si mise a spiegare che il filo d’erba veniva dal prato dove si era rotolata il pomeriggio precedente, quando a un tratto vide il suo viso indurirsi e si vide di nuovo liquidata quasi scortesemente.

Gioia rimase sbigottita, senza comprendere minimamente il comportamento insolito e sgarbato di Emmanuele.

Resasi conto che era mezzogiorno e che valeva la pena mangiare qualcosa prima di andare al negozio, pensò di comprare un panino e di sedersi a consumarlo vicino al mare; forse lì, avrebbe schiarito le idee.

Una volta terminato il panino, rimase a lungo a fissare il mare e il suo movimento.

Ciò la faceva stare bene, poi dei ragazzini che giocavano a pallavolo, catturarono la sua attenzione, facendola perdere in ricordi lontani.

Erano le quindici, quando malinconica, lanciò un ultimo sguardo al mare, si scrollò dai pantaloni la sabbia e, salì in macchina dirigendosi al negozio.

Lì si diede da fare tutto il pomeriggio, rimanendo taciturna anche quando giunsero i ragazzi.

Si misero a pulire le vetrine e i finestroni, sistemarono tutto e attese oltre il solito orario, la ditta del catering, che sistemarono il tavolo e portarono le sedie.

Giunse anche il fioraio con le colonne che servivano per gli addobbi.

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